
“Quando, nel 1167, l’imperatore Federico Barbarossa, proveniente da Lucca, aveva cominciato a percorrere la Lunigiana, diretto verso Pavia, prima di esser costretto a deviare dalla Val di Magra alla Val di Vara sotto la guida del marchese Obizzo, forse per qualche ora, forse per una notte aveva sostato nel castello di Caprigliola, costruito in alto, sulla collina, a dominio della strada francigena o romea in un punto tra i più importanti, dove un guado, forse ancora un ponte, collegava le due rive della Magra.
Caprigliola con il lodo di Lucca del 1124, che aveva temporaneamente posto fine a dure, sanguinose contese tra i Malaspina e i vescovi di Luni, era divenuta una delle sedi privilegiate da questi ultimi, che vi si rifugiavano nei momenti difficili ma soprattutto vi trascorrevano le calde giornate tra il luglio e l’agosto, come il “Codice Pelavicino” documenta.
Era, Caprigliola, già costituita in comunità, una comunità forte di anime e giunta ad un ordinamento che, nel 1202, apparirà contraddistinto da “consules, milites et populus” nell’ambito dell’evoluzione positiva di una società distinta in classi antagoniste ma amministratesi unitariamente nell’espressione di quella rappresentanza.
Forse, anzi sicuramente non vero, ma verosimile, il soggiorno di Federico Barbarossa a Caprigliola può essere immaginato nella suggestione di un tramonto settembrino, quando l’aria è ancora tiepida e il verde della vegetazione assume variazioni cromatiche straordinarie:
L’imperatore, con il suo seguito, entra dalla grande porta della cinta altomedievale ed è accolto dal vescovo Raimondo con gli onori che gli competono. Il Barbarossa, giunto lassù pieno di legittime preoccupazioni, stempera le sue apprensioni e sgombra da nere nubi l’animo esacerbato volgendo lo sguardo su un panorama incomparabile: la Magra che riceve il Vara e si avvia verso la foce, l’alta Vezzano che s’erge caratteristica sulle colline opposte che separano l’estremo corso della Magra dal golfo della Spezia e, a ovest, Albiano, Tirolo e le alture di Bolano. Più in alto, le propaggini del Monte Grosso, diramantisi giù, verso Chiamici, verso Caprigliola, verso i Succisi, si stagliavano quasi protettive.
Il vescovo, in mezzo alle vicissitudini che attanagliano l’impero, l’Italia e la Lunigiana, nonostante la presenza dell’imperatore non dimenticava i Malaspina, suoi grandi antagonisti, ed ora, ma ancora per poco, con Obizzo grandi alleati del Barbarossa. Nel Comitato Lunense egli ed essi tendono all’egemonia, ma già nel 1164 l’imperatore ha investito di troppe terre proprio Obizzo, anche se, nel 1183 e poi nel 1185 il vescovo Pietro, vescovo-conte, otterrà egli pure non secondarie investiture nello stesso Comitato, destinato a non raggiungere unità e a mancare di un centro urbano egemone, mentre dai primi del ‘200 l’influenza, cui sovente è sottesa una reale dipendenza, di pisani, di lucchesi, di fiorentini, in seguito di genovesi, contribuisce a vanificare il sogno della costituzione di uno stato regionale.
Le lotte dei vescovi-conti con i Malaspina – dal 1221 divisi nei rami dello Spino secco e dello Spino fiorito e avviati ad un frazionamento dei feudi destinato a trascendere nella frantumazione e ad aprire la porta alle cessioni – dopo il 1124 erano riprese e quasi mai erano risultate vittoriose per la curia lunense. Anche la “pace” di Aulla del 1202, apparentemente conchiusa senza vincitori né vinti, non sarebbe stata definitiva; anzi, successivamente, salvo momenti di tregua e di stasi, le lotte sarebbero ricominciate. In uno di questi sprazzi di tranquillità, fra il 1234 e il 1236 il vescovo Guglielmo gode in Caprigliola giorni sereni, all’ombra della torre rotonda, ignaro del destino che l’attendeva, nel 1241, all’isola del Giglio, ove sarebbe stato fatto prigioniero dai ghibellini pisani, alleati dell’imperatore Federico II, vittoriosi sulla flotta genovese che trasportava a Roma, al Concilio Lateranese, numerosi prelati; e nelle prigioni sarebbe rimasto per dieci lunghi anni, ma tornato a Sarzana, forse a Caprigliola, avrebbe assistito all’irrompere in Lunigiana delle milizie e dei mercanti lucchesi. E proprio vicino a Caprigliola, all’Ospedale di Arforara, viene fissato il limite della dogana del sale tra sarzanesi e lucchesi. L’antichissimo ospizio, forse altomedievale, era Stato costruito lassù, in alto, sul confine tra Caprigliola e Bibola, là dove la strada proveniente da Caprigliola, e corrente lungo la sponda sinistra della Magra, batte contro le invalicabili “lame” ed è costretta ad elevarsi; e lì, ecco, venne costruito l’ospizio, il ricovero, l’albergo dei viandanti, che vi trovavano un magro cibo e un misero alloggio, prima di discendere verso il mare o di entrare nella Lunigiana “interna”. Intorno avrebbero pascolato e poi si sarebbero accovacciate le pecore dei greggi transumanti, mentre i pastori garfagnini o “lombardi”, diretti ai pascoli d’inverno di Bolano e di Vezzano, s’intrattenevano nell’ospizio. Poi sarebbero partiti, in quel giorno di settembre, giù sino alla Bettola, ove i vescovi-conti di Luni riscuotevano il pedaggio; e anche per le pecore era stato fissato un prezzo e andava versato, così come per ogni merce “semovente” o non “semovente”. Uomini e merci giungevano dal nord e dal sud, giungevano dall’ovest, dal genovesato, e la “scafa” trasbordava dalla Bettola ad Albiano, da Albiano alla Bettola una parte di uomini e di quelle merci, ininterrottamente, in una spola inesorabile. E, tra gli uomini, erano i “romei” che proseguivano, sempre sulla sponda sinistra, verso sud, mentre altri affrontavano un più lungo cammino, diretti a Santiago di Compostella, nella lontana Galizia, all’estremo del mondo conosciuto; e in quel fiume, varcato sulla “scafa” o guadato, alcuni annegavano per le forti correnti o per improvvise bufere, tanto che nel 1310 un ponte vero fu ricostruito anche se la sua vita si dimostrerà breve. Ma in quel tempo già la potenza vescovile era giunta alla sua agonia, e la pace del 1306, firmata da Dante Alighieri, se era ancora una “pace”, era insieme il principio della fine.
Due Malaspina, Gherardino e Bernabò, saranno vescovi di Luni-Sarzana tra il 1312 e il 1338, un tempo inconcepibile evento. Inutilmente Enrico da Fucecchio aveva dispiegato tutta la propria energia, fino alla morte avvenuta nel 1297, per reintegrare di tutti i suoi diritti e possessi la chiesa lunense; e aveva conseguito successi, anche a Caprigliola. Proprio al vescovo Enrico la comunità di Caprigliola, il 7 febbraio 1279, aveva offerto in segno di soggezione diciassette soldati; e proprio anche il vescovo Enrico, quando le continue, innumerevoli cure, e la guerra guerreggiata, lo consentono, trascorre qualche giorno d’estate a Caprigliola. E il suo sguardo si volge a nord est, lassù, verso il Monte Grosso, dove, lambendo il territorio caprigliolese, corrono le antichissime arterie colleganti, attraverso le montagne, la media e alta valle della Magra al mare, a Luni e Sarzana, a Fosdinovo, a Falcinello, a Ponzano, a Bibola, all’Aulla. E lì aveva ricostruito il cassero, forse diruto per le ingiurie del tempo e gli assalti malaspiniani; e dall’alto aveva ammirato il formicolio di uomini, animali e merci, laggiù alla Bettola e pregustato i forti incassi del pedaggio.Sarebbero trascorsi pochi anni e i Malaspina investiranno nuovamente da ogni parte Caprigliola. I difensori resisteranno valorosamente e respingeranno infine gli assalti reiterati. Poi, di nuovo, Lucca estende la sua mano sulla valle, e poco dopo Spinetta Malaspina il Grande e Castruccio Castracani degli Antelminelli si contenderanno il possesso di Caprigliola, fino a che Castruccio riesce ad impadronirsene e il procuratore dei caprigliolesi, Petruccio del fu Rolando, farà a lui atto di dedizione e lui eleggerà signore.
Trascorre il secolo XIV, dopo il primo ventennio, come sotto una nebbia, una cappa che ci preclude la conoscenza degli eventi, fino a quando il 19 novembre 1404, come Stadano e come Albiano, anche Caprigliola fa atto di dedizione a Firenze. L’assemblea degli uomini di Caprigliola, l’assemblea della Comunità, che ha conservato le sue prerogative nel volger turbinoso degli anni, riunita nell’antica chiesa di S.Nicolò, aveva eletto procuratore Giovanni Giovannini, per atto del notaio Antonio figlio di Pietro da Stadano.
Albiano, Stadano e Caprigliola costituiscono il primo possesso diretto dei fiorentini in Lunigiana, padroni di un territorio di fondamentale importanza, da dove per un verso si può controllare l’espansionismo della Serenissima, per l’altro s’inizia la marcia verso l’interno della Lunigiana. E quando, poco meno di cinquant’anni più tardi, altre terre lunigianesi diverranno fiorentine, Caprigliola, che con Stadano forma il Comune di Albiano, verrà a dipendere da Castiglione del Terziere. È il 1451, proprio quando un’alluvione di violenza inaudita provoca la caduta di molti ponti sulla Magra, e, probabilmente, anche di quello di Caprigliola. È un fatto che nel 1476, quando la nuova comunità fiorentina ottiene i propri statuti, non un ponte collega le due rive del fiume ma un servizio di traghetto.
Caprigliola per secoli vivrà la sua vita, raggiungerà nel 1551 una popolazione di 469 unità, avrà dopo il 1556 una nuova, più ampia cinta di mura fatte costruire da Cosimo I de’ Medici, quelle mura che ancora circondano l’abitato.”
Tratto dal Libro “Caprigliola” di Roberto Guelfi con il contributo di Giulivo Ricci





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